INCHIOSTRI 2016: I LUOGHI DELLA CULTURA

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BRINDISI. Dopo la pausa del 2015 è ritornato, con grande gioia e conforto, Inchiostri, la due giorni tra libri, gusti e storie per raccontare la città, far vivere testi, parole, narrazioni e gusti. Era da tempo che la mia città non mi offriva una iniziativa interessante (aimhè) e per questo ci tengo a lasciar traccia dell’incontro tenutosi presso l’ex convento Santa Chiara di Brindisi venerdì 7 ottobre 2016.

Dopo le dovute presentazioni, e la traccia proposta dal prof. Lele Amoruso, è toccato al prof. Guastella aprire il dibattito “Quali i luoghi per l’arte? Quale cultura per i luoghi? La cultura per la città?”

Una varietà di temi proposti sul tavolo “immaginario” di non facile lettura ma che lo storico d’arte contemporanea, nonchè del direttore scientifico del MAP, ha voluto affrontare punto per punto:

inchiostri-2016-640-630x300“Parto col dire che immagino sempre che i luoghi della cultura debbano sopratutto avere ed essere un momento educativo. E’ l’intera città tutta ad essere luogo di cultura, un luogo in cui si incontrano luoghi di memoria ed esperienze sociali, a partire dalla scuole ma non solo. L’ambiente è luogo di cultura, lo sono i musei che rappresentano parte del nostro patrimonio culturale. Questi luoghi non devono rimanere tali ma devono saper programmare una dinamica di contenuti, degli obiettivi.  Credo che si sia purtroppo perso il valore di metodo e ricerca nella programmazione culturale e non posso che sottolineare come, in generale, la commercializzazione spesso annacqui il valore e come spesso erroneamente vale più la biglietteria che il resto. Contestualizzando questo discorso al nostro territorio in realtà non sono così severo con ciò che è stato proposto nell’ultimo decennio. La verità è che spesso facciamo paragoni con realtà vicine senza in fin dei conti conoscerle realmente, così come spesso ci accorgiamo del valore di ciò che il nostro territorio offre solo dopo, quando magari queste vengono meno, e l’attualità non mi può che farmi pensare a quello che sta succedendo ed è successo con il progetto universitario qui a Brindisi”.

A seguire l’intervento della dott.ssa Anna Cinti, responsabile della Collezione Archeologica Faldetta di Brindisi.

“Personalmente, operando in particolare dal 2013 ad oggi, io ho notato un forte risveglio delle realtà di Brindisi ma è chiaro che non basta e si debba fare di più. L’importanza della programmazione è vitale ed in questo senso le recenti collaborazioni ed iniziative nate non possono che essere di buon auspicio, in particolare quelle volte all’educazione e alla fruizione di contenitori come quello che rappresento. Vorrei anche affermare di come nella nostra realtà brindisina mi pare più di assistere ad una gara fra le varie piccole e grandi realtà culturali brindisine, piuttosto che un impegno concreto di sinergia.

Il tema dei destinatari di questi luoghi è centrale invece nell’intervento del prof. Giacomo Carito, presidente della sezione di Brindisi della Società di Storia Patria per la Puglia:

“Dobbiamo renderci conto del target di questi luoghi. Insegnando per tanti anni ricordo bene come negli anni Ottanta la preoccupazione degli studenti era ancora cosa fare dopo il diploma. Oggi, ed è un oggi che si riferisce ad un periodo abbastanza ampio, la preoccupazione dopo il diploma è dove andare. Questo ha comportato una profonda mutazione delle classi d’età presenti in città. La generazione che va dai 18 ai 40 non c’è, anche questa sera guardiamoci; questo è un aspetto che ci dovrebbe far riflettere”.

Presente in sala anche l’assessore alla cultura e spettacolo e beni monumentali del Comune di Brindisi, Maria Greco:

“Possibile che quando si parla di Brindisi e cultura si parli ancora d potenzialita? La mia impressione è che, quando si riceve una risposta, ci si impegni più a valutare i contro che i pro, e i vantaggi che ci si preoccupa in parte di osservare vengano spesso valutati da chi Brindisi non la vive. C’è tanto da fare, anche in questo tipo di approccio; vista anche la presenza del prof. Guastella, ad esempio, non possiamo pensare che il Map vada fuori Brindisi. Molto si dovrà e si potrà fare. Sono convinta del bisogno di pianificare un progetto condiviso e nel breve tempo vorrei organizzare un incontro programmatico con le parti, con gli operatori del settore”.

Su quest’ultima valutazione il prof. Amoruso sottolinea la considerazione, consegnando alcune proposte del Manifesto della cultura (qui quanto proposto a maggio agli allora candidati sindaco ), in particolare sul sostegno all’associazionismo, al supporto nell’offerta di luoghi per eventi, ovvero ad una community building (“scusate il termine”) efficace e reale.

A seguire l’intervento dell’architetto Maurizio Marinazzo, responsabile Servizio Beni Monumentali del Comune di Brindisi:

“Riparto proprio dal Manifesto della cultura, ricordando come nel 2013 la Regione Lazio lo ha voluto istituzionalizzare. Parole come rete o sinergia sono dei termini certamente abusati ma se non si creano realmente è difficile poi realizzare qualcosa di utile alla società. Parlare di politica in generale, e delle sue
responsabilità, è come sparare sulla croce rossa quindi dobbiamo a provare a guardare oltre. I luoghi di cultura non sono unicamente quelli “classici”, i luoghi di cultura, concordo con Guastella, sono intere citta. Si parla spesso di luoghi del passato che potrebbero essere riutilizzati, ma in realtà vanno ripensate: anche su questo sorvoliamo sulla qualità dei restauri. Dobbiamo definire che tipo d citta vogliamo e sarebbe opportuno lavorare seriamente su un parco progetti, sulla progettazione sui concorsi di idea, beneficiando di bandi che intervegono sui luoghi ma che richiedono una reale sostenibilità”.

A prendere così la parola Carmelo Grassi, presidente del Teatro Pubblico Pugliese:

“Un luogo per diventare di cultura deve avere contenuti altrimenti resta solo un luogo. I restauri devono essere seguiti da progetti di fruizione sostenibili e continui. Negli ultimi anni Brindisi, così come in altre città, ci si preoccupa solo del restauro ma poi nulla. La verità è che questa città è isolata, non è in rete
con il resto del territorio. Certo se penso al nuovo teatro Verdi questo negli ultimi anni rappresenta un contenitore importante ma ha bisogno di altri contenuti, non solo di spettacoli. Se ci pensiamo questi occupano il teatro 15/20 giorni all’anno, con i privati magari se ne aggiungono altri 10 ma di certo non basta e non può bastare. Se la comunità brindisina ha pagato molto la ricostruzione di questo contenitore io credo che debba essere più presente. Noi cerchiamo di attivare reti con le poche risorse in nostro possesso, ma non è solo una questione politica tocca anche a noi cittadini“.

Chiamato come osservatore esterno, l’unico non brindisino presente al “tavolo immaginario” il professore dell’Università degli studi del Salento Stefano Cristante, che si occupa di sociologia dell’opinione pubblica e di produzione e consumo culturale:

Il dibattito sul decentramento culturale parte 40 anni fa, quando la cultura oltre la rappresentazione accademica era un concreto fenomeno che attraversava la società. L’ “estate romana” ha fatto uscire i romani dalle proprie case facendo loro vivere il cinema, il teatro, i luoghi, e colloquiando con i trentenni dell’epoca che operavano affinchè questo avvenisse con loro non si parlava certo di quanti spettatori fossero presenti, ma dei contenuti e di come questi potessero essere rappresentati al meglio, anche sul piano dell’innovazione. Se qualcuno di allora questa sera fosse venuto qui, sono certo che ci avrebbe chiesto: “Quando è scoppiata la bomba?”. Secondo me la bomba è scoppiata in un processo avvenuto negli ultimi 30, 35 anni, quando l’industria culturale (termine coniato negli anni Quaranta ma esploso realmente a metà degli anni Ottanta) è entrata nelle nostre case. Letteralmente. Dallas incitava la gente a stare a casa piuttosto che uscire e da lì in poi l’educazione dettata è stata crescente. Ci hanno invitato piuttosto ad abbellire la nostra casa, vendendoci quadri come fossero schiacciapatate. Gli arresti domiciliari della cultura italiana di questi ultimi 35 anni sembrano continuare e questo accade mentre la tv migliora; pensiamo alle serie tv quasi ormai perfette, tanto che quasi ci drogano. E’ come se diventiamo tutti più intelligenti ma da soli. A cosa serve? C’è bisogno di un cambio di prospettiva e di idea: non si può  passare da una monocultura ad altra illudendoci che questo metodo funziona. Che funzioni dopo che per anni abbiamo vissuto uma monocultura agricola, per poi passare a  quella industriale di cui ancora ci lecchiamo le ferite; se penso ora ad una monocultura turistica penso che fra qualche anno questa possa terminare come le altre. Nonostante questo un dato è certo, è che non si è riusciti a smantellare la nostra qualità della vita, allora c’è il bisogno di pensare di rivendicare le nostre identità culturali, prendiamole e facciamole diventare un progetto reale”.

Brindisi, INCHIOSTRI 2016 II Edizione, 6 e 7 ottobre 2016

Mino Pica